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Andare oltre il "matrimonio gay"

sinistra




Da un Gruppo di Facebook -denominato Sinistra- il pensiero di Darianna Saccomani, una persona cui è stato messo lo stigma di incongruenza di genere.






Ok, colgo l'invito di Flaminia P. Mancinelli (su Sinistra →) e apro la discussione.


Dalla nascita della rivendicazione al matrimonio omosessuale, io mi sono schierata contro questa impostazione, vedendola sbagliata dal punto di vista concettuale e, soprattutto, assolutamente male impostata dal punto di vista politico. La mia posizione è stata contrastata non sul piano degli argomenti, ma semplicemente dicendo che io volevo fare una gerarchia di diritti, che invece non doveva esserci. Infatti sappiamo bene che proprio coloro che accusavano me di volere una gerarchia di diritti, poi hanno portato il movimento in un pantano immobile nel quale contiuna ad essere reclamato solo ed esclusivamente la questione del matrimonio "GAY".


Primo punto è nella impostazione. Se parlo di "matrimonio" accetto e sottolineo, quindi attribuisco forza, al concetto sottostante al matrimonio stesso, ovvero la tutela del "patrimonio". A nessuno dovrebbe sfuggire che l'istituto del matrimonio nasce per fini squisitamente di mantenimento del patrimonio, e che solo con il Concilio di Trento tale questione viene allargata anche alla plebe! Questo non per un moto di democrazia (il Concilio di Trento tutto aveva meno che il senso della democrazia), ma semplicemente perché era necessario contrastare ed irregimentare in una certa logica di gestione economica la nascita del concetto di "cittadinanza", che avrebbe invece messo a serio rischio la struttura di gestione del potere da parte delle autorità costituite su presunto decreto divino. Quindi ... si parla di matrimonio?


Il secondo aspetto riguarda l'impostazione politica, ovvero quell'azione che doveva essere mirata al conseguimento di cosa? Del mantenimento del concetto di famiglia così come era nel 1800 fino alla metà del 1900? Oppure la forza propulsiva e propositiva di un movimento poteva spingersi al riconoscimento del diritto della persona, proprio andando a toccare e riformare quella parte di normative e leggi che vengono definite "diritto di famiglia"?

Politicamente poteva essere portata avanti la questione del diritto, invece che sostenere la frammentizzazione in diritti particolari (che sono privilegi se non riguardano tutti), ma la scelta fu di non considerare che la nostra leva doveva essere sul fulcro del diritto individuale e non su quella di un meno certo diritto collettivo. PErché? Semplicemente perché il diritto collettivo abbraccia una maggioranza che non ci comprende. Semplice analisi politica! Al contrario il diritto soggettivo abbracca tutti i soggetti! Affermare che l'affettività e la genitorialità è nel diritto soggettivo della persona, non avrebbe aperto ad una possibilità più ampia di dibattito e di azione? Non avrebbe colto la questione delle persone sole, di quelle che non possono o non vogliono contrarre contratto di  matrimonio? Se oggi io devo assumere, nel pieno del suo senso e della sua portata politica, il concetto di Cittadinanza, lo comprendo solo nella pienzza della mia prerogativa politica, quindi di persona che ha un proprio ruolo decisionale (deliberativo) e di indirizzo politico della società, e questo mi deve essere garantito attraverso tutta una serie di strumenti che consentano senza limitazioni l'espressione di questa specifica prerogativa propria del concetto di cittadinanza. Se per ventura io mi trovo ad essere una donna transessuale, piuttosto che omosessuale, che uomo transessuale, transgender, anziana, diversamente abile, semplicemente persona, e che nella fattispecie mi trovo ad essere politicamente oggetto di strutture che mi impediscono la piena espressione di questa mia prerogativa di cittadinanza, che io in quanto persona stigmatizzata ho possibilità di cogliere direttamente sulla mia pelle la negazione del diritto che è verso tutte le persone, che faccio? Mi chiudo nella ricerca di qualche briciola, oppure rivendico pienamente il diritto di esercitare liberamente e pienamente la mia prerogativa di cittadina?


Se io oggi analizzo il quadro presentato dai diversi partiti, dai diversi candidati e candidate di questi, chi di loro ha anche solo sfiorato tale questione? L'errore è da parte di chi ha avuto la possibilità di attuare nella prassi politica uno reale strumento di rappresentanza, ed invece di farlo si è appiattito su un modello che è strutturalmente negante la dignità della persona in quanto cittadina.

Politicamente la questione di fondo che non viene presa in considerazione, e di fronte a questo ho solo due possibili ipotesi: la prima è che questi soggetti, così presi da loro stessi e dai propri privilegi, non hanno capito quale sia la questione in campo oggi a livello non solo italiano, ma Europeo se non mondiale; la seconda è che questi soggetti, invece, siano ben consapevoli di quale sia la questione centrale, ma appunto per questo stanno guidando la società verso l'annullamento e la totale squalifica di tale prerogativa in nome di una più ampia "governabilità".

Oggi ritengo debba essere portata avanti e difesa questa nostra prerogativa di cittadine e cittadini, perché è in questa prerogativa l'affermazione del diritto soggettivo della persona, è l'affermazione della persona sopra ogni altra specie di interesse.

Ho detto la mia, dite la vostra.

Ciao

Darianna



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