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La vita non vissuta

 

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Il romanzo di Nicola Gardini “usa” il tema dell’HIV e della sieropositività per riflettere su tanti argomenti. Intervista all’autore che sarà a Milano il 22 aprile per la presentazione del libro in ASA.









 

La vita non vissuta di Nicola Gardini, Feltrinelli editore, stimola molte riflessioni. E, credo, non solo in me che di Aids ho iniziato a interessarmi alla fine degli anni 80, e non ho mai smesso. La capacità dell’autore, a mio avviso, è quella di “usare” l’HIV e la sieropositivà per affrontare tanti temi: la sessualità, l’amore, l’omofobia interiorizzata. Ed è proprio di questo che soffre Valerio, il protagonista del romanzo, che per molto tempo si nega la possibilità di una storia d’amore con un uomo. E si obbliga a una vita “normale” con moglie e figlia.
E poi arriva Paolo, un ciclone che cambia la sua vita.
E non voglio anticiparvi nulla, per non togliervi il piacere della scoperta pagina dopo pagina.

Nicola Gradini, attraverso i suoi personaggi, si interroga sulle conseguenze della sieropositività in una coppia: unisce o separa?
Le reazioni a tale notizia possono cambiare col passare del tempo e innescare meccanismi imprevedibili.
Quando si scopre la propria sieropositività, qual è il primo pensiero che passa per la mente: rabbia, colpa, paura?

E poi c‘è il rapporto con i farmaci che diventano compagni inseparabili, a volte amici a volte nemici da cui difendesi.
E ovviamente la morte degli amici con cui si sono condivisi tanti momenti e storie. Tutto si complica quando si è sieropositivi perché, oltre al dolore per la perdita, c’è la paura di percorrere la stessa strada che conduce alla morte.

E infine, l’HIV è ancora una malattia per cui si viene messi all’indice? Negli anni 80 era la patologia dei gay e dei drogati, oggi che questa certezza si è rivelata falsa, la società preferisce ignorare il problema. E così, paradossalmente, di HIV non si parla più, ma continua a esistere una condanna e un rifiuto nei confronti delle persone sieropositive.

Nicola Gardini racconta tutto questo nel suo romanzo descrivendo personaggi e situazioni e regalandoci riflessioni e impressioni.

L’autore vive in Inghilterra, sarà a Milano il 22 aprile per la presentazione del libro che si terrà presso la sede dell’Asa (via Arena 25) alle 18:30. In attesa di incontrarlo gli abbiamo rivolto alcune domande.



Quattro chiacchiere con l’autore

 

D. Perché hai deciso di raccontare una storia dove si parla di Sieropositività e Aids?
R. Da anni, come scrittore, ragiono sulle definizioni della malattia, sul rapporto tra malattia e salute, tra malattia e linguaggio, tra malattia e soggettività. Chi è il malato? Un personaggio da romanzo; uno che passa di avventura in avventura, che esce dalla società dei sani e cerca di trovarvi una sistemazione; uno che esce dal proprio passato e si vede costretto a riscrivere la propria storia.
Ho cominciato con un romanzo sull’Alzheimer, Lo sconosciuto. Ho tradotto, contemporaneamente, un bellissimo saggio nicola-gardinisull’essere malati di Virginia Woolf. Ho anche tenuto un corso all’università su certi libri che parlano di malattia. Il mio interesse per la sieropositività si colloca dentro questo lungo discorso. La sieropositività è una delle condizioni, per me, più interessanti e più ricche di implicazioni, metaforiche, umane, sociali, politiche. È lo stato di vulnerabilità per eccellenza; è la soglia dello smarrimento ultimo; è l’attimo prima – per quanto protratto – della de-individualizzazione. Qualcosa di simile all’Alzheimer, a pensarci. È l’archetipo di tutte le malattie; è la zona in cui più evidentemente e più paradigmaticamente si gioca la scommessa di essere vivi, e di volerlo essere. Dunque, come tutte le sfortune, può trasformarsi in una grande occasione, in una prova di volontà, in un’affermazione di vita.
Questa storia, La vita non vissuta, arriva dopo anni di riflessione, in cui ho scritto molte altre cose (romanzi, saggi, poesie, traduzioni), e sostituisce un primo grande abbozzo di racconto, in cui malato era il dottore protagonista. È una storia fatta di molte storie, in cui ricordi, incontri, anche invenzioni e letture sono diventate finalmente una cosa sola.


D. A tuo avviso, negli ultimi 30 anni, è cambiata la percezione della malattia tra le persone? E tra le quelle sieropositive?
R. Cambiamenti in meglio ce ne sono stati; ma non in misura coerente e generalizzata. I cambiamenti si possono avere se se ne parla; se a certe metafore se ne sostituiscono altre attraverso il dialogo pubblico, che manca.
Io volevo sia scrivere una buona storia sia intervenire socialmente sul “discorso della sieropositivà”. E vedo che il mio libro ha comunicato a molti, grazie anche al lavoro letterario e alle riflessioni personali del protagonista, il senso o almeno la complessità concettuale di questa malattia; ha passato una gomma sulla linea troppo nera che divide malati e sani; ha mostrato che si può essere in salute anche se si ha un virus così pericoloso.
Il punto, infatti, è: dove sta la salute? Che cos’è? È solo nelle cellule? È solo una cosa che si perde quando le analisi dicono che i valori sono cambiati? Purtroppo, non si parla abbastanza di sieropositivà. Molti sono ancora quelli che confondono Hiv e Aids. Non si parla, in verità, di nessuna malattia abbastanza, in specie in Italia; non si parla neanche di morte. Credo che questo sia dovuto principalmente al fatto che sfuggano anche definizioni di salute e di vita. Anche gli editori non hanno tanta voglia di far libri sulla malattia, benché il mio sia stato accolto da Feltrinelli fin dal primo momento con grande favore.
Quanto ai sieropositivi, non posso dire con esattezza. Sì, chi ha preso il virus non ha più paura di morire nel giro di pochi anni. Ma le risposte alla scoperta della sieropositivà sono molto personali, molto individuali. Il mio libro ha voluto far vedere anche questo: da una parte c’è un Valerio, che si arrovella e cerca risposte; dall’altra, un Paolo, che risponde con i gesti, con i comportamenti, con la sua arte. Uno è professore, l’altro pittore… Ognuno risponde con i mezzi che la vita gli ha dato. In fondo, si resta del tutto se stessi nel modo di accettare la malattia, anche se all’inizio non sembra, anche se la malattia sembra aver distrutto qualunque identità.


D. Tu vivi in Gran Bretagna, hai notato differenze sul modo di affrontare sieropositività e aids rispetto all'Italia?
R. In realtà non ho notato alcuna differenza. Non ne sento mai parlare, se non in termini puramente scientifici (il sito dell’università di Oxford, dove lavoro, per esempio dà spesso notizie sulle ultime scoperte riguardanti il virus). D’altra parte, tra la gente comune la malattia ha smesso di fare notizia, e mi sembra di capire che lo stigma sociale (ammesso che un inglese avesse la capacità di parlare pubblicamente dei fatti suoi) è sempre una minaccia.




Chi è Nicola Gardini
Vive tra Oxford e Milano. Insegna Letteratura Italiana all’Università di Oxford. E' Fellow di Keble College.
Ha pubblicato i romanzi Fauci (Feltrinelli, 2013), Le parole perdute di Amelia Lynd (Feltrinelli, 2012, Premio Viareggio 2012 e Premio Zerilli Marimò-City of Rome 2012), Lo sconosciuto (Sironi, 2007 e BEAT, 2012) e Così ti ricordi di me (Sironi, 2003); il memoir I baroni (Feltrinelli, 2009 e 2012) e la novella in formato ebook Girl (Feltrinelli Zoom, 2013).
Ha anche pubblicato i saggi Per una biblioteca indispensabile (Einaudi, 2011), Rinascimento (Einaudi, 2010) e Com’è fatta una poesia (Sironi, 2007), una breve grammatica del latino (Alpha Test, 1999) e numerose raccolte di poesia e traduzioni letterarie dall’inglese, dal latino e dal greco. La sua attività pittorica è testimoniata nel libro Diario (Xenionedizioni, 2013). Per i Classici Feltrinelli ha curato i Carmina di Catullo (2014).

Se desiderate conoscere meglio l’autore, potete visitare il sito e leggere l’intervista pubblicata in Leggereonline.com

 

 

 

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