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Se da una parte salutiamo con gioia la nuova realtà, dall'altra ci domandiamo perché scegliere di “chiudere” l'associazione alle sole persone omosessuali e trans; perché non condividere la conoscenza con tutti i sieropositivi?

 

 


E’ nata PLUS, persone lgbt sieropositive ONLUS, una associazione a prevalenza patient based il cui impegno è rivolto principalmente alla tutela degli interessi delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e trans) colpite dall’infezione da HIV.
Appena letta la notizia ho pensato: bene. Poi mi è venuta spontanea una domanda: perché questa scelta chiusa nel già cospicuo panorama delle associazioni di lotta contro l’HIV/AIDS?
Le motivazioni della nascita di PLUS sono spiegate da Sandro Mattioli, presidente dell'Associazione, in un comunicato pubblicato sul sito Arcigay e che noi proponiamo in Pianeta Queer.

HIV A MACCHIA DI LEOPARDO 
Sandro Mattioli racconta in estrema sintesi come è nata e come si è diffuso l'HIV. 
«L’epidemia da HIV si è sviluppata in modo diverso nelle varie zone del pianeta. Negli Stati Uniti e nel Nord Europa, fin dall’inizio l’infezione ha investito la nostra comunità con tutta la sua forza distruttiva, con tutta la capacità di spaventare sia le persone colpite, sia tutto il resto della società che ha reagito spesso con lo stigma e la discriminazione

Le comunità locali hanno creato associazioni i cui nomi (Gay Men Health Crisis, Gay Men Fight Aids, ecc.), ci dicono chiaramente quanto importante sia stato il contributo della comunità omosessuale nella lotta contro l’HIV. Al di la delle sigle, buona parte delle associazioni sono state colonizzate da persone omosessuali. Persone impaurite che hanno trovato nel gruppo, nell’associazionismo, la forza per reagire».

E IN ITALIA IL CONTAGIO CONTINUA 
Nella seconda parte del comunicato Mattioli analizza la situazione italiana fornendo dati sul contagio. 
«In Italia, in parte, le cose sono andate diversamente. L'HIV, fin dai primi anni, ha investito principalmente le persone tossicodipendenti per via dello scambio di siringhe, e in modo sensibilmente inferiore gli omosessuali maschi. 

Oggi, a ormai 30 anni dall’inizio della pandemia, in Italia l’andamento epidemiologico ha preso strade diverse. Anche grazie ad interventi di riduzione del danno mirati ad evitare lo scambio di siringhe ma non solo, le sieroconversioni in area tossicodipendenze sono crollate, mentre è salito, in modo preoccupante, il contagio da trasmissione sessuale nei confronti del quale è stato fatto davvero poco e male.
Sono ormai numerosi gli studi, quali Sialon e Emis, che ci dicono che la comunità omosessuale italiana può vantare una prevalenza di casi di HIV che sfiora il 10%, ma che arriva a superare il 12% nelle maggiori città del Paese quali Milano, Roma o anche Bologna (fonte: Emis, Ungass 23).
A questi valori, molto preoccupanti, si aggiungono i dati dei cosiddetti late presenters, ossia le persone che arrivano alla diagnosi di HIV quando sono ormai prossime all’Aids, che coprono una elevata percentuale dei 4.000 casi all’anno di nuove sieroconversioni (dati ISS). Si tenga presente che secondo ECDC (European Center for Disease Control) una comunità è da considerarsi esposta al rischio se la prevalenza è maggiore del 5%». Infine Mattioli punta l'indice contro la Comunità e spiega motivazioni e obiettivi di PLUS. Hiv ribbon
«Dopo 30 anni e con un forte ritardo rispetto al resto dell’Europa, la comunità omosessuale italiana, e Arcigay in particolare, si è interrogata sulle migliori vie per affrontare quella che sembra essere, a tutti gli effetti, una crisi che investe la nostra comunità. PLUS Onlus nasce nel solco tracciato dalle grandi strutture europee gay-oriented, in anni più recenti organizzate anche in checkpoint (centri gestiti direttamente dalle comunità più esposte).
PLUS nasce – conclude Mattioli - grazie al coraggio di alcuni soci di Arcigay che hanno deciso di accettare la sfida e partecipare a questa nuova avventura, per far si che persone Lgbt sieropositive non siano costrette a scegliere da che parte stare, ma abbiano la possibilità di essere tutelate con competenza e serietà sia come persone Lgbt, sia come sieropositivi».

IN ITALIA PAURA DELLA PAROLA “PRESERVATIVO” 
Concordo con Mattioli quando evidenzia che negli Stati Uniti e nel Nord Europa la Comunità Lgbt si è mobilitata immediatamente per capire e combattere il flagello che stava decimando gli omosessuali e non solo. Vale la pena ricordare il Manifesto di Denver (Colorado) scritto nel 1983 dagli attivisti americani riuniti in un incontro nazionale sponsorizzato dal Lesbian and Gay Health Education Foundation; e il The Names Project nato nel 1987 a San Francisco per ricordare le persone morte di Aids. 

Ovviamente concordo con Sandro Mattioli sui dati di diffusione del virus, ma desidero proporre ulteriori spunti di riflessione.
In primo luogo credo che il nostro Paese non si sia mai contraddistinto per una capillare informazione sull'Aids e sulle malattie sessualmente trasmissibili. Di preservativo si è sempre parlato troppo poco e le campagne sono state sempre troppo “discrete”. Ricordo che nei miei innumerevoli viaggi all'estero, alla fine degli anni 80 e 90, notavo come in Francia, in Olanda e in Gran Bretagna sia negli aeroporti che nelle strade vi erano manifesti che parlavano di Aids, di contagio, e che esortavano all'uso del preservativo.

FRONTE COMUNE CONTRO L'AIDS 
Ed ora veniamo alla parte finale del comunicato, quella in cui si evidenzia il ritardo della Comunità Lgbt nei confronti dell'Aids. Credo valga la pena di ricordare che nel 1985 fu Stefano Marcoaldi, sieropositivo e omosessuale, a fondare l'Asa-Associazione Solidarietà Aids di Milano e che lui fu il primo in Italia a parlare di dignità delle persone sieropositive. Dopo Stefano Marcoaldi molti presero coraggio e denunciarono pubblicamente la loro sieropositività spiegando cosa significava vivere lottando contro la malattia e contro il pregiudizio. 

Quello che apprezzavo e mi rendeva orgogliosa di essere una volontaria dell'Asa, era che le porte dell'Associazione erano aperte a tutti - omosessuali, trans ed etero - senza alcun tipo di discriminazione. I volontari e le persone omosessuali e sieropositive condividevano la loro conoscenza con tutti i sieropositivi. Ed è per questo che non condivido la “chiusura” di PLUS, e quindi la scelta di rivolgersi solo a persone omosessuali o trans.
Inoltre, se da una parte sono felice che le persone Lgbt abbiamo finalmente deciso di scendere in campo e prendere posizione sul fronte Aids, dall'altra mi domando se la Comunità è pronta ad entraremo nuovamente in gioco, come accadde 30 anni fa, mettendoci faccia e cuore per sconfiggere le due bestie nere che, oggi come allora, si annidano nella nostra società nei confronti dell'HIV: ignoranza e discriminazione.
Marinella Zetti



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