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Generations in Progress
IAM – Intersectionalities And More e AGEDO (Associazione genitori, parenti e amici di persone LGBT+) presentano la ricerca GIP – Generations In Progress, una delle prime ricerche, sicuramente la più recente, riguardanti il tema delle seconde generazione e delle “nuove generazioni” LGBTQIA+. La ricerca, condotta da Cinzia Laconi e Jonathan Mastellari, cerca di comprendere quale sia la situazione delle persone con origine straniera totale o parziale e con un'identità di genere e/o orientamento sessuale di minoranza in Italia, attraverso la somministrazione di un questionario on line e attraverso interviste dirette. GIP – Generations in Progress è stato pensato per meglio analizzare le situazioni di discriminazione in contesto educativo e nelle chat di incontri utilizzate esclusivamente dalla comunità omosessuale, bisessuale e transgender. I risultati della ricerca sono anche uno strumento utile per meglio supportare e organizzare il lavoro dello sportello di supporto a chi vive una condizione di “seconda generazione o nuova generazione LGBTQIA+” e/o ai nuclei familiari di appartenenza, servizio disponibile anche nella lingua madre del nucleo familiare o dell'utente che richiede l'attività di sportello grazie all'impiego di rifugiati LGBTQIA+ che l'associazione IAM – Intersectionalities And More supporta a livello burocratico e legale. Il questionario è stato presentato e pubblicizzato su Facebook sia attraverso la pagina di Migrabo LGBTI, la pagina di IAM, che tramite i profili personali, in un periodo di tempo di quattro mesi allargato successivamente a un anno, da luglio 2017 a luglio 2018. Inoltre, sono state sfruttate conoscenze private all’interno della comunità LGBTQIA+ per diffondere il lavoro. Vi proponiamo una sintesi della ricerca, per ulteriori informazioni visitare la pagina Facebook di IAM – Intersectionalities And More o scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. Cultura e identità culturale Dal questionario somministrato a 34 soggetti di età compresa tra i 17 e i 39 anni emergono dati significativi. In particolar modo, per quanto concerne la percezione della dimensione culturale di “appartenenza” il 50% degli intervistati risponde di riconoscersi principalmente nel “modello culturale” italiano, il 38,5% di riconoscersi in quello di origine dei genitori ed in quello italiano in egual maniera, e l’11,5% di identificarsi maggiormente in quello di origine dei genitori. Il Il dato risulta particolarmente interessante se confrontato con il tempo di residenza nel territorio italiano: 32,4% delle persone intervistate dichiara di essere nata in Italia, il 35,3% di vivere in Italia da più di Per quanto risulti difficile trarre delle conclusioni a riguardo, è tuttavia interessante raffrontare la tipologia di risposte ottenute nel Grafico A. con il tempo di permanenza/residenza sul suolo italiano. A tal proposito, prendendo in considerazione le due variabili di tempo e appartenenza culturale, si individua una generale corrispondenza, eccezion fatta per un numero limitato (3 rispondenti totali) che devia da questa tendenza predominante. Ad ogni modo, il fatto che 2 su 3 dei rispondenti in questione (Figura b.) abbia un genitore italiano sembra confermare come l’appartenenza Spazi LGBTQIA+: comunità italiana e il rapporto con l’intersezionalità Al fine di comprendere ulteriormente il grado di inclusione sociale delle seconde generazioni LGBTQIA+, è stata creata una sezione all’interno del questionario incentrata principalmente sull’inserimento e sulle dinamiche riscontrate entro la comunità LGBTQIA+ in Italia. Il primo quesito della sezione 6, mostra chiaramente come il 64,7 % dei rispondenti totali si sente integrato entro la comunità LGBTQIA+ italiana. I 2/3 del 64,7% che risponde positivamente afferma di essere attivo entro la comunità e/o di frequentarla abitualmente. Il restante 35,3% dei rispondenti totali mostra opinioni discordanti: il 70% mostra disinteresse o si dichiara indifferente. Le risposte aperte non consentono di identificare le ragioni; il restante 30%, invece afferma che nella comunità LGBTQIA+ vi siano atteggiamenti razzisti. Questi dati e le percentuali a favore della comunità LGBTQIA+ sembrano essere confermati nella domanda successiva “Sei mai stato/a discriminato/a all'interno di un'associazione LGBTQIA+ o da un/a sua Per quanto, a livello quantitativo, le risposte ottenute facciano ben pensare che, specialmente entro il mondo LGBTQIA+, sia stato creato un ambiente sicuro e inclusivo, è evidente come, a livello qualitativo, la criticità di alcune affermazioni debba essere uno spunto di riflessione e lavoro futuro. Coming Out Ciò che è emerso dalla terza ondata femminista è stato il bisogno di uscire dalle dinamiche polarizzanti, dall’idea che esistano solo due poli e che ogni forma di transizione debba andare necessariamente in una direzione o nell’altra, che debba essere radicale e immutabile. D’altro canto, la società impone delle regolamentazioni, dei limiti, delle convenzioni, con le quali negoziare costantemente. Il punto di conflitto scaturisce dunque dalle aspettative, le nostre e quelle altrui, che quando risultano divergenti innescano meccanismi di esclusione e imposizione. In questo senso, il coming out, può essere inteso in due modi differenti: una negoziazione con la realtà circostante, che richiede una confessione sulla propria identità non- binaria o non- eterosessuale; o, d’altro canto, come un’affermazione della propria persona, un atto di volontà identitaria per riaffermarsi secondo i propri canoni. Il coming out non è la presa di coscienza della propria identità ma il momento in cui essa viene vocalizzata, esternata alle altre persone. A questo proposito, si è deciso di inserire le questioni del coming out e dell’outing all’interno del questionario, considerando entrambe le esperienze rilevanti per comprendere al meglio la condizione che le seconde generazioni LGBTQIA+ vivono. Inoltre, partendo dagli assunti precedentemente esposti, si è voluto indagare sull’esperienza del coming out riutilizzando una dinamica binaria (uomo-donna), con l’obiettivo di verificare due fenomeni: l’esistenza di un superamento nella visione dicotomica delle dinamiche di genere, e dunque un’evoluzione nei costumi reali o, al contrario, una costruzione sociale del reale ancora fortemente influenzata dal binarismo. Di 34 persone intervistate il 100% ha risposto affermativamente alla domanda «Hai fatto coming out con qualcun*?». Alla domanda successiva domanda “Se hai risposto sì alla domanda precedente, potresti specificare con chi?”, le risposte ottenute sono state di natura eterogenea. Il 96% del totale dei rispondenti ha affermato di aver fatto coming out con persone amiche, il 23 % non include membri del nucleo familiare. Questo risulta essere un dato interessante se confrontato con le risposte ottenute al quesito successivo: “Se hai fatto Coming Out con i tuoi genitori (o con uno solo dei tuoi genitori) hai avuto difficoltà?” Da questa domanda è emersa la difficoltà, legata spesso ad aspettative che non vengono corrisposte, nel dichiararsi in famiglia. Le difficoltà riscontrate sono state di tipologie diverse: la paura sociale che i genitori manifestano all’idea che i propri figli e figlie debbano affrontare forme di discriminazione e rifiuto nel tessuto sociale in cui sono inseriti, e che queste forme possano avere ripercussioni sulla famiglia stessa; il rifiuto, legato a forme di omofobia o conservatorismo; il timore che una vita non-binaria e noneterosessuale possa comportare un cambio negli assetti affettivi, come il non costruirsi una famiglia, non poter avere figli etc. È interessante notare come non siamo emerse peculiarità dovute alle origini del nucleo familiare ma, piuttosto delle distinzioni, quando presenti, dovute alle dinamiche di genere. Nello specifico, al quesito “Secondo te l'atteggiamento dei genitori (o di uno solo) è diverso se a fare Coming Out è una donna rispetto ad un uomo? Se sì, perché?” Le risposte positive hanno evidenziato come, a causa del maschilismo presente nella società, risulti più difficile per un uomo essere omosessuale, in quanto non conforme all’idea di mascolinità per eccellenza, piuttosto che per una donna, in quanto considerata come oggetto sessuale e dunque meno “visibile”. Quest’opinione è stata espressa anche dalla prima ragazza intervistata, G., la quale ha più volte ribadito durante i nostri incontri come la relazione con la moglie venga spesso travisata per amicizia, e sia stata considerata come tale dalla famiglia per qualche tempo. Ha poi sottolineato come gli atteggiamenti intimi mostrati da entrambe in luoghi pubblici vengano spesso scambiati per semplici gesti d’affetto tipici delle ragazze. È interessante notare come il livello di discriminazione delle persone transgender e transessuali sia stato equiparato, all’interno di alcune risposte ottenute nel Questionario, a quello degli uomini cisgender gay, in quanto gruppi particolarmente visibili. Tuttavia, le discriminazioni si muovono su piani differenti: da un lato vi è un’identità (talvolta) non accettata, dall’altro un’identità negata in principio. La condizione in cui si trovano molte persone transessuali e transgender dunque è doppiamente discriminatoria: si trovano a non essere, costantemente inglobate in un processo di affermazione di esistenza negata. In questo senso, il coming out assume un’accezione differente: è un processo talvolta sottointeso, a causa dei cambiamenti fisiognomici ad esso spesso legati, ed in costante negoziazione con l’esterno. Da un lato, ciò che emerge è un senso di preoccupazione e protezione legato al giudizio e al pregiudizio che le persone LGBTQIA+ si trovano potenzialmente ad affrontare, dall’altro si evince quanto le pressioni sociali siano così forti ed interiorizzate da intaccare anche i rapporti in seno alla famiglia. Senz’altro, molte reazioni negative o di rifiuto, con il tempo, il dialogo e l’informazione poi sono cambiate, come si evince da alcune risposte ottenute nel questionario. Dalle due interviste condotte, sono emersi sia un rifiuto iniziale, e dunque un relativo distacco, sia una preoccupazione generale data dalla scarsa conoscenza e dalle difficoltà di affrontare la sessualità, in senso lato, dei propri figli e figlie. A questo proposito, in Italia, è stata fondata un’associazione chiamata Agedo, con lo scopo di supportare le famiglie ed i genitori delle persone LGBTQIA+ ed aiutarli verso un percorso di accettazione e comprensione. Dalle risposte ottenute, difatti, è emerso il tabù ancora fortemente presente ed il senso di smarrimento davanti alle scelte di vita non “canoniche” di figli/ figlie e parenti, nonché amici. I pregiudizi possono essere superati, la scarsa informazione combattuta con la presa di coscienza, e Agedo offre uno spunto di riflessione a riguardo nonché la condivisione di esperienze pregresse e testimonianze passate e presenti. Conclusioni Alla luce del lavoro svolto, appaiono evidenti tre elementi. In primo luogo, la necessità di dare ulteriori tutele a livello normativo, focalizzandosi sia su una nuova legge di accesso alla cittadinanza e sull’importanza di incrementare la lotta alla trans-omofobia attraverso una normativa ad hoc. A fronte delle statistiche, dei report e delle testimonianze riportate, a tutt’oggi appaiono ancora frequenti e evidenti episodi di discriminazione legate tanto alla diversità culturale quanto all’identità di genere e orientamento sessuale, in un quadro di violenza reiterata che assume connotati tanto verbali quanto fisici. In secondo luogo, l’importanza, sociale e formativa della “scuola” nell’educazione alla diversità. Difatti, stando alle testimonianze precedentemente riportate, si è riscontrata, seppur limitata, la perpetrazione di atti di bullismo omofobico e razzista in seno agli istituti scolastici stessi. Queste dichiarazioni si inseriscono in un quadro già delineato da report e statistiche ufficiali, che afferma come parte delle discriminazioni subite dalle persone LGBTQIA+ avvenga in contesto scolastico e/o lavorativo, e abbia ripercussioni sulla loro socialità. In ultimo, aumentare e investire su nuovi spazi associativi nel processo di inclusione delle seconde generazioni LGBTQIA+. Queste realtà mostrano l’importanza di un approccio locale, strutturato su esigenze concrete, espressione di un dialogo socioculturale tra istanze differenti. Le associazioni svolgono un ruolo definibile come internazionale, fornendo spazi di espressione e piattaforme di dialogo laddove le istituzioni risultano poco presenti. L’immediatezza dell’azione svolta da numerose associazioni rappresenta, nel concreto, uno strumento fondamentale di risposta a istanze particolaristiche, un luogo di appartenenza e identificazione. Aumentare dunque le realtà associative capillarmente, può rappresentare uno strumento di supporto e integrazione nei confronti delle numerose identità considerate “al limite” dello spettro sociale. Alla luce dei dati riportati, riteniamo che questa ricerca abbia lasciato non delle soluzioni ma degli argomenti sui quali poter riflettere per costruire una nuova realtà che comprenda l’eterogeneità dei fenomeni in essa presenti.
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Mercoledi, 9 Settembre 2026 18:02:06 CercaThis Web Site can be translated to your language:
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